Monday 4 March 2013

"Io, Sansone"


I am publishing here a wonderful text by Fr Joan Maria Vernet. It involves Samson speaking about himself to us, people of today. We read this (in English) at our last excursion, at Deir Rafat, not far from the place where Samson was born and lived. It was touching.

Oggi avete pensato a me, Sansone, e siete venuti nella mia regione, il posto primitivo della tribù di Dan. Il territorio di questa tribù si estendeva ai lati del corso medio del torrente Zoreq, il torrente che scende dalla regione nord di Gerusalemme (Bet Hanina) e passa sotto Ain Karem. Vi parlerò un po’ di me,  Sansone, nome che vuol dire “figlio del sole”.
Un nome così bello e così emblematico, ma che io ne ho fatto quasi un sinonimo di ignominia e di scherno. Perfino i filistei si facevano beffa di me, mi hanno deriso crudelmente affliggendomi con le peggiori umiliazioni e tormenti: ricordate che mi hanno cavato gli occhi e mi hanno condannato a girare la macina del mulino nella prigione.
E poi, persino la mia fine è diventata un motto, la cosiddetta “sindrome di Sansone” quando si vuol indicare la morte di sé stesso con l’uccisione dei propri nemici.

Sicuramente io sono il personaggio più enigmatico di tutto l’Antico Testamento, il più deplorevole, con una personalità difficile tra circostanze tragiche. Accanto a me sorge anche un’altra figura difficile da spiegarsi, controversa: il re Saul, e forse ancora una terza, molto più difficile a comprendersi: quella del re Salomone.
Ma io sono andato più avanti di loro nell’irreflessione, nella leggerezza, nella passione (sulla quale il re d’Israele Saul non ebbe nessun inciampo e Salomone andò molto più lontano di me); ma soprattutto il mio sbaglio è stato, come il loro, l’infedeltà al disegno di Dio. Io, lo riconosco, sono stato un caso proverbiale e negativo, tristemente celebre per le mie eccentricità e poco senno.
Penso comunque che fra di voi ci saranno alcuni che mi guarderanno con una certa simpatia e comprensione... Le circostanze che io trovai nella mia vita erano estremamente difficili. In Israele non c’era ancora il tempio, non c’era ancora nessun profeta, non c’erano i salmi per pregare, non c’era quasi niente di  scritto in maniera che io potessi vedere esempi di timor di Dio o trovare il conforto della preghiera. Di Giosuè e di Gedeone si ricordavano le loro gesta piene di violenza... la mia piccola tribù di Dan era attorniata dai temibili filistei, e l’ambiente era degradato dal punto di vista morale e religioso.
Inoltre ho avuto un carattere appassionato e violento, imperativo e capriccioso: il temperamento non dipende da noi stessi: nasciamo con esso. A me toccò in sorte un temperamento assoluto, infiammabile, primario, fragile, e con un debole sempre più acuto e irresistibile per le donne. Queste sono state, come in tanti altri casi della storia, la mia rovina. Io non ho conosciuto la scuola, né un maestro che mi insegnasse il timor di Dio. 
I miei genitori, semplici ed onesti, ma senza iniziativa, vivevano sempre sotto la paura dei vicini filistei, e non osavano correggermi, anche perché sapevano che io non avrei fatto nessun caso dei loro consigli. Insomma, sono cresciuto come una pianta selvatica, senza  cura né protezione di alcuno.
Ricorderete alcune delle mie imprese: la lotta col leone, le volpi che portarono il fuoco sulle messi dei filistei, la strage fatta tra di loro con la mascella di un asino, le porte di Gaza caricate sulle mie spalle, e la mia triste fine... Sono le cose che la gente ricorda di me, ma questo non è che la cornice della persona. Questa rimane sempre un mistero, e tante volte, come nel mio caso, un assurdo. 
La mia prima moglie, di Timna, accanto al nahal Soreq, ad ovest di Bet Shemesh, doveva essere la mia felicità: io ero follemente innamorato di lei; e lei di me forse non tanto. La cosa cominciò molto bene, anche se con l’opposizione tacita della mia famiglia per il fatto che mia moglie era filistea. Poi si mescolò  l’invidia degli amici e la mia leggerezza che mi procurò la disfatta. Sono stato imprudente nel proporre loro quell’indovinello sul leone e il miele. Fu l’inizio delle mie disgrazie.
Con Dalila, l’altra moglie,  sarei stato anche felice: era una persona affascinante che si innamorò di me, attratta dalla mia forza insuperabile. Mi voleva molto bene, ma si sentiva totalmente legata al suo popolo. Con un pò di volontà e un pò di senno da parte mia, avrei potuto superare quello scoglio; quel rivelarle il segreto della mia forza fu la mia disgrazia, aprì la mia tomba. 

Eroe, bandito, terrorista, giudice, donnaiuolo... tutto mi è stato applicato, e sempre con una connotazione negativa, sospettosa, disprezzabile, e per questo non sono stato citato che una sola volta nel Nuovo Testamento (Eb 11, 32) e mai più ricordato nell’Antico, neppure dai Salmi che cantano le glorie di Israele o dai sommari dei personaggi biblici che si leggono qua e là nei libri dei saggi. 
Mito, leggenda, storia, creazione letteraria? anche la mia vita è discussa tra gli specialisti: chi crede che non sono mai esistito, chi pensa che sono il frutto di una compilazione di dati  appartenenti a diversi personaggi, chi mi considera una creazione letteraria a scopo dottrinale. Vedete che il mio stato nella Bibbia è tutto particolare, per niente favorevole alla mia memoria.
Ma io sono esistito, forse non nella maniera esatta con cui mi descrive il libro dei Giudici: ma la mia esistenza è stata ben reale, un uomo in carne ed ossa, e queste colline, queste valli che voi oggi vedete, le ho viste anch’io nella mia infanzia e gioventù, e loro potrebbero parlare di tante cose a mio riguardo, e certamente non tutte sarebbero negative o burlesche.

Appena quarantenne arrivò la mia morte: morìi  schiacciato con 3.000 filistei, sotto le macerie del tempio di Dagon in Gaza. Nella mia biografia, il libro dei Giudici scrive una frase immensamente triste: E Sansone “non sapeva che il Signore si era ritirato da lui” (Gdc 16, 21). Questa è una delle espressioni più dolorose e desolanti della Bibbia. Sì, io, allora, cieco e prigioniero, ero caduto nella disperazione, nel buio più terribile, nel vuoto più spaventoso.
Per me, però, quello che costituisce un vero vanto, non è che sia il giudice biblico le cui vicende occupano più spazio (4 interi capitoli), né che il mio nome sia ancora in uso fra la gente quando si dice di uno: “è un Sansone” per la sua forza, o si parla della “sindrome di Sansone”, né che  siano stati fatti dei film su di me, no: queste sono cose che passano, non arrivano al fondo della personalità. Quello che mi rallegra è che  Dio mi abbia scelto per un compito a favore del suo popolo, e che, anche se male e difettosamente, ho adempiuto questo ruolo che Dio mi ha assegnato. 

Irriflessione, lussuria, disgrazia, passione... tutto può avere una spiegazione e sempre un perdono agli occhi di Dio quando l’uomo si trova con se stesso, con il dolore, con la solitudine, con l’insuccesso più nero. Io ho conosciuto il tradimento, l’umiliazione, il disprezzo, le burle, l’abbandono... ma anche so cosa sia la forza, il valore, la gloria e la gioia del trionfo...
Ho vissuto tutto questo in un modo intenso; tutto questo sono stato io, Sansone di Zorea, il “figlio del sole”, figlio di Manoach. Io rimarrò per sempre una figura problematica e discussa tra gli uomini, un enigma, ma una persona che Dio non ha mai ripudiato. 
Ricordatelo: solo alla luce di Dio e allo splendore della  sua bontà, l’uomo ha un vero nome e una vera storia.

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