Thursday 19 June 2014

Formazione dei formatori - l'esperienza di Maurizio Verlezza

“Questa obbedienza è sbagliata, ma tu non sbagli ad obbedire”
Il dono di 6 anni vissuti nella formazione

Maurizio Verlezza, SDB
Direttore, comunità San Tarcisio, Roma 

0.     Introduzione
“Questa obbedienza è sbagliata, ma tu non sbagli ad obbedire”. Sono le parole che mi ha rivolto il vescovo di Latina, Mons. Giuseppe Petrocchi, quando sono andato a comunicargli la mia nuova obbedienza come direttore del postnoviziato di San Tarcisio. Allora ero parroco della Cattedrale di Latina ed avevo collaborato tanto con lui nella pastorale della diocesi.
Personalmente condividevo in pieno il pensiero del vescovo: sentivo che questa obbedienza era sbagliataa, per i tanti motivi che ho provato a comunicare a tutti i miei superiori: dal Rettor Maggiore, al suo Vicario, al consigliere per la Formazione. Ma nessuno sembrava ascoltare le mie ragioni.

1.     “Questa obbedienza è sbagliata…”
L’errore che io intravvedevo nella scelta mi sembrava abbastanza palese. Ero solo al secondo anno di attività pastorale nella parrocchia di San Marco a Latina, come direttore-parroco. Avevo appena iniziato, dopo lo studio della situazione giovanile, un Progetto Educativo Pastorale. La comunità parrocchiale era fortemente disorientata: in dieci anni aveva vissuto l’avvicendamento di cinque parroci, con tutto quello che questo comporta per il cammino di una Comunità Educativa Pastorale.
Mi sentivo inadeguato e impreparato al compito che mi veniva assegnato. Non avevo nessuna preparazione specifica in campo formativo. Il momento delicato che vive la formazione dei salesiani di don Bosco, con le diverse defezioni dei giovani consacrati, mi convinceva ancora di più che ci sarebbero volute persone con un altro tipo di esperienza.
Tutte le difficoltà portate nei vari colloqui non venivano ascoltate. Alla fine ho presentato anche le mie debolezze più personali e la mia partecipazione al Movimento dei Focolari, che da qualche superiore era stata definita “una doppia appartenenza”.
Anche quest’ultima difficoltà non è stata accolta e quindi ho obbedito con la convinzione nell’anima che quell’obbedienza era sbagliata.
Arrivato a San Tarcisio trovavo continue conferme alla mie convinzioni: l’equipe dei formatori era tutta rinnovata, nessuna consegna fatta, nessun programma ricevuto e la percezione che la comunità che mi veniva affidata aveva vissuto serie problematiche negli anni precedenti. Mi ritornava il pensiero: questa obbedienza è sbagliata!

2.     “Ma tu non sbagli ad obbedire…”
Da subito mi sono affidato alla Divina Provvidenza: con la preghiera personale, con l’aiuto di diversi monasteri di clausura e con il gemellaggio con i nostri confratelli ammalati presenti nelle nostre infermerie ispettoriali salesiane.
Poi ho chiesto aiuto a persone competenti ed esperte nell’ambito della formazione sia all’interno della Congregazione salesiana, sia nelle altre congregazioni, grazie ai tanti religiosi conosciuti in questi anni, grazie al Movimento dei Focolari.
Mi sono, poi, informato sui percorsi formativi che potevano essere alla mia portata. Grazie a Mons Vincenzo Zani, Segretario delle Congregazione dell’Educazione Cattolica, mi son iscritto al corso per Formatori dell’Università Gregoriana di Roma.
Con grande meraviglia mi sono ritrovato nel corso con religiosi di diverse congregazioni, tutti più giovani di me. Mi era stato anche comunicato che con me avrebbero fatto un’eccezione, vista la mia età. Nel mio corso erano presenti i futuri maestri di noviziato, i futuri direttori di postnoviziato e di teologato. Inoltre ho scoperto che potevo accedere al corso solo dopo aver superato un esame di ammissione che avrebbe verificato la duttilità al cambiamento della mia personalità.
Il percorso formativo si basa sulla capacità del futuro formatore di integrare, attraverso un percorso di accompagnamento personale, la dimensioni affettive psicologiche con quella spirituale. Si diventa accompagnatori solo quando si è iniziato un serio processo di accompagnamento che dura tutta la vita.
Per tre anni sono stato accompagnato da un sacerdote psicologo che mi ha incontrato due volte la settimana. Con lui ho fatto un grande viaggio nella mia vita interiore alla ricerca delle mie ricchezze umane-spirituali e delle  mie inconsistenze vocazionali. I tre anni mi hanno aiutato a fare un percorso di conoscenza di me stesso e del dialogo profondo che avevo instaurato con Dio. Un percorso di grande umiltà, dove si riesce a comprendere che il cammino di conversione dura tutta una vita e che solo quando riconosciamo tutti i nostri dinamismi interiori, con la grazia di Dio, riusciamo a dare una risposta a Dio più consapevole.
Questo percorso di colloqui per la crescita vocazionale sono la struttura centrale di tutto l’itinerario formativo che prevede corso estivi molto intensi con esami da fare alla fine di ogni corso.
Tante volte ho ringraziato Dio per il dono che mi ha fatto in questi anni grazie al corso per formatori, che ho condiviso in buona parte con la mia comunità.

3.     Alcune convinzioni per la formazione   

3.1.  La formazione dei formatori
Se è vero che il luogo per eccellenza della formazione è la relazione educativa tra formatori e formandi, diventa strategica la formazione dei formatori. Si tratta di abilitare i religiosi impegnati nel servizio della formazione all’accompagnamento personale  e comunitario dei giovani salesiani.
Grazie al confronto con altri formatori mi sono reso conto quanto sia importante la scelta, la formazione e l’accompagnamento dei formatori.
Tra le tante urgenze che hanno i religiosi chiamati al governo, questa mi è apparsa davvero fondamentale: formare e accompagnare i formatori.
Ho capito dall'esperienza perché l'autorità ecclesiale  insista sempre più sulla formazione dei formatori Ugualmente sulla comunione nella comunità di formazione, in primis tra i formatori: concorre a sviluppare la visione e l'esperienza della Chiesa-comunione.


3.2.         La comunione dei formatori  
Come in una famiglia i figli hanno bisogno, oltre all’amore paterno e materno, dell’amore sponsale, di vedere la comunione d’amore in cui vivono i genitori, così qualsiasi azione formativa ha bisogno della comunione dei formatori.
Nell’esperienza vissuta a San Tarcisio, in questi sei anni, siamo riusciti, cercando di superare le resistenze che vivono in ciascuno di noi, ad incontrarci tutte le settimane per cercare di vivere il processo formativo nella comunione.
Nella classica tradizione salesiana, è stato molto bello potersi confrontare, pur se con ruoli differenti, sul cammino dei giovani salesiani. Guardare al cammino già svolto, a quello intrapreso, ai punti di forza e ai punti di debolezza presenti nel giovane salesiano. Fondamentali sono state anche le scelte pedagogiche e i richiami concertati insieme.
Per la comunione con formatori, particolarmente interessanti sono stati i giorni dedicati alla programmazione d’inizio anno e a quelli di verifica alla fine anno dell’equipe formativa. Tre volte nell’anno l’equipe dei formatori si apre a tutti i confratelli di professione perpetua che vivono nella comunità di San Tarcisio. Sono stati, quest’ultimi, momenti in cui abbiamo ricevuto l’apporto di tutti i confratelli presenti in comunità.
Altra scelta fondamentale, nel cammino formativo, è stata quella di ascoltare i giovani confratelli, nelle verifiche mensili e nel colloquio con i singoli formatori.

 
3.3.         La supervisione dei formatori
Dopo diversi tentativi cercati insieme per poter vincere il rischio dell’autoreferenzialità, sempre presente nella vita della formazione, abbiamo chiesto l’aiuto di don Giuseppe Roggia per progettare, accompagnare e verificare il cammino formativo del postnoviziato.
L’esperienza vissuta con i coniugi Gillini-Zattoni e con Becciu-Colasanti ci ha aiutato ad intraprendere la strada di una supervisione esterna che ci aiutasse a verificare il nostro percorso formativo, all’interno della Ratio dei salesiani di Don Bosco. La revisione comprende il discernimento sul cammino che comunità e persone stanno percorrendo: l'armonia tra gli aspetti della formazione, la completezza del cammino formativo, la sua apertura sulla missione e sul futuro come può emergere dall'ascolto reciproco, dei singoli e ai giovani a cui siamo inviati.
   

4.   Conclusione
Se è vero che scopo della formazione iniziale è imparare ad imparare come conformarsi a Cristo, ad avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, allora tutto quello che viene fatto di investimento di personale salesiano non andrà perduto. Quella della qualità della formazione è una scelta di futuro per tanti giovani bisognosi del mondo.

Nella mondo e in modo particolare nelle nostre comunità apostoliche, c’è una grande sete di comunione, sia per far risplendere nella società la bellezza della vita consacrata, sia per essere per i giovani “una casa che accoglie, un cortile per incontrarsi, una scuola che avvia alla vita, una chiesa che evangelizza”.

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